Leonardo Pieraccioni -Vocazione
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Ho sempre detto che comici e preti si nasce. Uno sente una vocazione: o dalla santa Trinità o dalla santa bischeraggine. Io sono stato sempre illuminato dalla seconda. Sin da bambino volevo fare l'attore e alle feste con i parenti ero il primo che montava sulla seggiola per recitare la poesia di Natale. All'asilo addirittura organizzavo le recite. Rovesciando la cattedra facevo finta che fosse una grotta e facevo Natale anche se eravamo al 12 giugno.



I toscani hanno un modo di vedere la vita, le situazioni e i personaggi in maniera disincantata e assolutamente "sghimbesciata". Non prendono mai le cose di petto, ma sempre tentando di smussare gli angoli, che è il modo della commedia di far ridere su tutto.
Io ho sempre detto che mi sento un cabarettista prestato al cinema,
perché tutto quello che faccio nel cinema lo faccio raccontato, come se fosse uno spettacolo.

Il comico è la cosa più semplice da iniziare a fare. Con tutti i cabaret e gli spettacoli di piazza che puoi fare, tu sali, ti danno un microfono e provi a fare delle cose. Se funzionano, bene, non muore nessuno, anzi, tanto meglio, si divertono; se non funziona cambi mestiere oppure diventi autore. Io ho iniziato facendo l'imitatore.



Ho sempre provato un divertimento assoluto nel divertire e far ridere. Anche a scuola pur di far ridere prendevo 4 o 5. Quando dovevo fare il riassunto dei Promessi Sposi (ero veramente ai miei primi spettacoli) improvvisamente, come da tormentone ormai conclamato - tutta la classe lo sapeva - io facevo arrivare i Bravi, anche quando non c'entravano niente. E tutti ridevano e io prendevo 5 o 4.

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